Illasi e la sua storia

Tracce preistoriche
È noto che verso l’inizio del II millennio avanti Cristo nelle prealpi Veronesi vivevano genti ancora in piena cultura neolitica: non è quindi improbabile che a tale periodo risalgano le armi di selce scavate ad Illasi “nel 1882 in luogo detto il Camposanto alla profondità di tre metri sotto il terreno alluvionale”, come testimonia il prof. Luigi Venturini. Anche il monte Gardon è ricco di testimonianze risalenti alla medesima epoca: qui Giovanni Solinas fin dal 1950 ebbe a reperire cocci di ceramiche e manufatti litici che, se non ancora più antichi, risalgono per lo meno all’età del bronzo. Sul Gardon sono pure palesi le tracce di un importantissimo e notevole castelliere preistorico, ovvero di un villaggio preistorico fortificato, costruito in un luogo elevato. Non meno importante è quello scoperto sul monte Manfro dal Solinas e da Saro Rolandi il 16 agosto 1960 i quali contemporaneamente raccolsero notevoli cocci dell’età del ferro e romani nei terreni coltivati a vigneto attorno al castello d’Illasi.
Tracce neolitiche vennero pure rinvenute il 20 dello stesso mese dal Solinas e da Giorgio Zusi sul monte Caro (ora monte Tabor), ad est di Cellore.

La presenza romana in val d’Illasi
Da tempo è stata accertata la presenza di un insediamento romano ad Illasi; resta però aperto l’interrogativo sul motivo che ha spinto degli abitanti dell’Urbe a stabilirsi proprio in questo territorio. Alcuni studiosi, come il Fraccaro e il De Bon, riconobbero nella Val d’Illasi tracce di allineamenti che fissavano abbastanza nettamente l’orientamento di una possibile suddivisione agraria: più tardi, in seguito a studi approfonditi venne configurata l’esistenza di un agro centuriato, composto da 48 centurie, col lato di venti actus (710 metri complessivi). Gli abitanti di Illasi nell’epoca romana erano quindi uomini dediti al lavoro dei campi; sembra ormai certa l’ipotesi che questo territorio venne affidato ai componenti della milizia che combatté al fianco di Caio Mario contro i Cimbri e che conseguì una grande vittoria intorno al 100 a.C. Dopo la fatica della guerra i militari romani potevano trascorrere un meritato riposo nella Val d’Illasi, occupandosi al lavoro dei campi. Molti sono i reperti archeologici risalenti a quest’epoca ritrovati ad Illasi: tra tutti spiccano tre grandi cippi che insieme costituiscono il monumento funebre della famiglia dei Sertori che ora si trova presso il Museo Lapidario Maffeiano di Verona, recuperati in località Cisolino in seguito ad una piena del Progno. La presenza nella Valle di militari romani è ulteriormente attestata da una stele rinvenuta in località Sorcè di Sotto nel 1911, resa nota solo nel 1956 e posta all’interno dell’atrio del Municipio, dove tutt’ora viene conservata. Si tratta di una stele modesta, senza decorazioni, che segnala la sepoltura di Cassia, figlia di Tito, da parte di Sisto, figlio di Quinto, speculator della Legione III Macedonica; questa legione di origine cesariana venne sciolta da Vespasiano nel 70 d.C. e perciò la stele è sicuramente anteriore al dato anno. Speculator significa propriamente osservatore-esploratore, quindi aveva all’interno della legione il compito di fare sorveglianza e vigilanza sul territorio. Sempre a Sorcè di Sotto vennero rinvenuti altri reperti di rilevante importanza: nel gennaio del 1953 vennero alla luce alcuni tratti di muratura romana e circa duecentosettanta monete; negli anni Trenta vennero scoperte alcune tombe con relativi oggetti d’uso funerario. Un documento epigrafico giunge da S. Colombano, ma è di difficile interpretazione in quanto mancante di alcune lettere. Sulla riva sinistra del Progno, nel sito denominato Camposanto, venne ritrovato un piccolo cimitero risalente al I secolo: il Cipolla nel 1883 scrisse che dai ritrovamenti fatti si desumeva che i sepolti erano persone di povera condizione, diversamente da ciò che era avvenuto per la famiglia Sertori, di nobili origini. Vi sono poi altre due iscrizioni appartenenti all’ambito sacro: una dedica ai Martes; una stele, ritrovata in località Cisolino dove tra l’altro si segnala la presenza di un cimitero romano, la quale è stata posta a Salvia custode degli oggetti sacri e a Sisto, suo compagno nel ruolo di servo del tempio , che fece il monumentino a sue spese. Ciò indica che ad Illasi in età romana esisteva un tempio, le cui cure erano affidate ai servi pubblici.

Illasi nel Medioevo
La Curia ed il Castrum
Molti sono i documenti che ci sono pervenuti dalla seconda metà del Mille in poi, però in larga parte essi sono stati definiti dei falsi; tuttavia ci possono aiutare al fine di tracciare i confini del paese in quell’epoca. In particolare due testi prenderò come riferimento: un diploma dell’Imperatore Ludovico II dell’anno 674 e un diploma di Ottone III del 996. Da questi si arriva a dedurre che in quell’epoca l’importantissima “Curia” di Illasi aveva larghi confini: si estendeva ben oltre la valle, fino alla pianura, comprendendo persino Lepia, oggi nei pressi di Lavagno, a sud della Statale 11. A questo periodo è poi accertata l’esistenza del “Castrum”, ovvero del Castello di Illasi: il più antico documento in cui si fa riferimento a quest’edificio risale al lontano dicembre 971; in particolare si fa riferimento ad un podere esterno al castello, ciò significa quindi che passata la paura delle invasioni barbariche erano stati edificati dei centri abitativi anche al di là del recinto del fortilizio. In quest’epoca, padrone di “Castrum” e “Vicus”, il villaggio di Illasi, era il conte oppure anche il vescovo, infatti il clero possedeva nell’occasione un grande potere. Varie documentazioni della fine del I millennio possono farci capire che prima ancora dell’anno Mille attorno al castello avevano preso posizioni degli insediamenti di benedettini, i quali avevano iniziato nella valle opere di bonifica e di espansione agricola: risalgono a questo periodo il diboscamento con il ricco apporto di legname, il dissodamento delle terre e l’incremento delle attività silvo-pastorali, in grado di soddisfare al fabbisogno della popolazione.
Il Comune e la Pieve
Si sa per certo che la comunità illasiana ha istituito una “Casa del Comun” nel 1280, tuttavia non è da escludere che gli abitanti di Illasi si siano riconosciuti in una comunità civile anche in un periodo anteriore a questo. Comunque questo è ciò che dice l’epigrafe posta nel frontone dell’antico edificio del Comune, in piazza Bonifacio Sprea: “Anno MCCLXXX Latiorum unitas condidit Pagorum concordia instauravit Anno MDCCCXXX” (“Nell’anno 1280 l’unità degli illasiani fondò, la concordia degli abitanti instaurò nell’anno 1830″). Particolarmente efficiente era la struttura di questo Comune, in grado di provvedere alla corretta funzionalità del paese.
A partire dal IX secolo la Chiesa provvide all’organizzazione del territorio rurale grazie alla “Pieve”, istituzione con cui sorvegliava e presiedeva il clero: è ancora nel dubbio il fatto che la Pieve ad Illasi sia già esistente nell’anno 920, comunque è più che mai certo che essa esisteva nell’anno 1145, menzionata insieme ad altre sei pievi della provincia. Tutte le chiesette che si trovavano all’interno del territorio della pieve di Illasi erano a lei soggette.
Il Castello dai Montecchi ai Pompei, fino all’età napoleonica
Alterne vicende conobbe il Castello di Illasi, teatro di scontri tra diversi Signori e Signorie. Nel 1223 era posseduto dai Montecchi, i quali lo consegnarono più tardi a fra Giovanni da Schio che, inorgoglito dal successo, mandò ad Illasi delle guarnigioni vicentine; questo allarmò le signorie vicine che cacciarono il frate. Il castello ritornò ai Montecchi, in particolare fu possesso di Alda Monticula, sposata con Giunio Pompei; ben presto però Ezzelino da Romano spogliò i Pompei del loro castello: era il 13 giugno 1239. Caduto Ezzelino, acerrimo nemico della Chiesa, Pulcinella dalle Carceri, in lotta con Mastino I della Scala, s’impossessò del castello, proprietà a quel tempo dei Della Tavola; nel 1270 Umberto della Tavola Maggiore, che aveva fatto parte della prima congiura contro Mastino e che aveva in consegna il castello di Illasi, per essere liberato dal bando offrì a Mastino il Castello: Mastino accettò, ma sul fortilizio vigevano i diritti del pontefice Nicolò III, a quel tempo impegnato a combattere l’eresia degli “apostolici”. Ad Alberto I della Scala, che aveva ricevuto il merito di aver catturato a Sirmione un gran numero di “patarini”, il pontefice donò il Castello. Da qui il Castello conobbe altre incursioni: prima quella dei Visconti, poi quella dei Veneziani, che lo diedero in feudo nel 1509 ad un suo valoroso condottiero, Girolamo Pompei detto “Malanchino”.
Villa Pompei-CarlottiRicevuto il Feudo dalla Dominante, i Pompei, famiglia stanziatasi ad Illasi da secoli, inizialmente governarono su tutto il territorio dell’ex vicariato comunale, ma nel 1568 il loro potere, causa delle lamentele della città di Verona, venne limitato alla “villa” e al “castrum” di Illasi. La loro supremazia si estinse con l’età napoleonica (fine 1700, inizi 1800), ma il periodo della loro reggenza, in cui la legge era applicata con rigore, fu particolarmente splendido, come testimonia la costruzione delle due maestose ville ancora in buono stato di conservazione: la Pompei-Sagramoso e la Pompei-Carlotti.
L’origine delle due Parrocchiali e delle chiese minori
All’ottocento risale la Parrocchiale di Illasi dedicata a San Giorgio; al suo interno essa contiene una trecentesca rappresentazione di S. Bartolomeo, patrono del paese, e sculture in marmo di CChiesa Parrocchiale di Illasiarrara realizzate nel 1735 da G.A. Schiavi; nella sacrestia vengono custodite una “Madonna con Bimbo e Angeli” del ‘400 attribuita a Stefano da Zevio o, più precisamente, Stefano di Giovanni d’Arbois (1375-1438) e un’Adorazione dei “Re Magi” del ‘500. Al trecento risale la chiesa di S.Colombano che conserva una “Vergine col Bambino” della fine del quattrocento; sempre del trecento è la chiesa di S.Felice. Al romanico appartiene invece la chiesa di S.Giustina, situata nell’omonima località.
La Parrocchiale di Cellore, dedicata a San Zeno, ha anch’essa origini molto antiche. Essa fu cappella soggetta al monastero di San Zeno a cui la confermarono Federico I nel 1163 e Urbano III nel 1187. All’interno si possono ammirare affreschi di Francesco Morone e di Gerolamo dai Libri.